Rizzoli
Le tragedie di Seneca non costituiscono solo gli unici esemplari integralmente superstiti di tutto il teatro tragico latino - il che vale a definirne l'importanza storica -, ma sono anche la forma in cui si è espresso il talento poetico di uno dei più grandi pensatori antichi, maestro della saggezza stoica e della 'virtus'; e sul complesso rapporto che intercorre tra la fede razionale del filosofo e il 'pathos' disperato delle tragedie si è a lungo discusso, con esiti spesso controversi. Ma il poeta Seneca non cancella l'universo del Seneca filosofo. Le tragedie scaturiscono dalla stessa problematica etica che nutre le sue opere in prosa, di cui rappresentano il rovesciamento speculare: non evocano l'Olimpo del sapiente, ma l'inferno del dannato, cinto d'indicibile orrore. Fedra e Medea sono due esempi della tenebrosa perversione cui può condurre la sconfitta della ragione. Ferite entrambe da un amore non corrisposto, consumano il loro dramma nel cerchio di una solitudine angosciosa, che sembra annullare le coordinate stesse del tempo e dello spazio per dilatarsi entro i confini della vita interiore, fronte dello scontro estremo fra il bene e il male. Medea incarna la devastazione…